A chi non è capitato almeno una volta nella vita di buttarsi sul cibo in un momento di tristezza, di stress, di ansia, di noia, di nervosismo? Chi, preso dall’emozione o dall’ira, dallo stress, non ha dimenticato la fame? Chi non ha mai saltato il pranzo per mantenere la linea per poi abbuffarsi a cena? C’è qualcuno che non ha mai esagerato con i dolci sentendosi subito dopo colpevole, grasso, brutto, indesiderabile?
Alcune di queste manifestazioni possono essere croniche e dovute a motivi psicologici, altre sono dovute alle circostanze della vita.
È un legame che ha origine nell’infanzia. L’allattamento non si limita a veicolare ciò che serve al bambino per nutrirsi e crescere: è uno strumento di comunicazione e di relazione che trasmette anche affetto.
Quello dell’allattamento è un momento intimo fra mamma e bambino in cui, oltre al cibo, si trasmettono emozioni e sensazioni.
In virtù di questo legame che nasce nella prima infanzia e si mantiene durante la crescita, il cibo non è solo nutrimento. È anche gratificazione, autoconsolazione, arma di ricatto o di provocazione. È un messaggio dell'ambiente che ci circonda ma anche uno, più o meno inconscio, che rivolgiamo alle persone ai propri intimi.
In alcune situazioni questa dinamica è particolarmente significativa.
In questi casi si parla di disturbi del comportamento alimentare (DCA).
L’anoressia e la bulimia sono i più noti e diffusi: in Italia ne soffre circa il 5% della popolazione. Per un numero sempre maggiore di persone, l’unico modo di esprimere un malessere profondo e indicibile sembra essere l’accanita manipolazione del proprio corpo.
Anoressia e bulimia sono, in definitiva, gli esiti di un rapporto distorto con il proprio peso e con la propria immagine.
Tipici dell’anoressia sono il rifiuto del cibo, il calcolo ossessivo delle calorie, l’iperattività e la sistematica tendenza a evitare le situazioni sociali legate al mangiare. Una cena in pizzeria, una festa in ufficio, un pranzo in famiglia sono fonte di panico: bisogna controllarsi, limitarsi, non riempirsi, restare affamati.
Alcune testimonianze:
“Ho le cosce enormi e non mi sta bene niente… mi hanno detto che per la mia altezza dovrei pesare almeno 45 kg, ma io sono già grassa con i miei 40”.
“Mi alzo al mattino col pensiero di cosa mangiare e vado a letto la sera col pensiero di cosa ho mangiato… è diventata un’ossessione… faccio i conti delle calorie, di quelle che ingerisco e di quelle che brucio”.
Nella bulimia le continue abbuffate – seguite o meno da vomito autoindotto, da abuso di lassativi e comunque dal tentativo di eliminare ciò che si è ingerito – possono causare un forte aumento di peso.
Le loro voci:
“Apro il frigo e mangio quello che c’è: dolce, salato… prima l’uno poi l’altro, poi l’altro ancora… mi faccio schifo… poi vado a vomitare”.
“Il cibo è uno sfogo, l’unica cosa che mi fa sentire bene. Mangio a qualsiasi ora e qualsiasi cosa, specie i dolci”.
“Il cibo per me è diventato come una droga… ma ora voglio essere più forte io!“.
Col passare del tempo, questo comportamento può creare una vera e propria dipendenza da zuccheri.
L’atto del mangiare – o del non mangiare – diventa un modo per esprimere una sofferenza comunicandola all’esterno, alle persone significative. È un circolo vizioso che sprofonda la persona nella disperazione e nell’angoscia.
Prima di tutto, occorre cercare un aiuto per combattere la bulimia con metodo. Questi comportamenti non vanno sottovalutati: occorre intervenire contro la bulimia il prima possibile.
Una normale dieta prescrittiva non basta ad arginare il problema. Per ottenere buoni risultati a lungo termine è necessario rivolgersi sia al nutrizionista sia allo psicologo, che collaboreranno per trovare una soluzione.
Nei casi più gravi possono essere necessarie le consulenze dello psichiatra e dell’internista.
La collaborazione fra specialisti guarda sia alla natura alimentare sia alla dimensione psicologica del problema, integrando i due percorsi.
Lo psicoterapeuta aiuta la persona a dare parola alla propria sofferenza, in modo che non debba essere il suo corpo a parlare; inoltre, la guida verso la consapevolezza del disagio e delle dinamiche di relazione che hanno originato il sintomo. Lo psicoteraupeta aiuta inoltre la persona a usare le proprie risorse per avviare un processo di cambiamento che coinvolga anche le persone del suo contesto familiare: i genitori, il partner…
Il nutrizionista interviene verificando lo stato nutrizionale della persona e la aiuta ad acquisire abitudini alimentari adeguate. Lo fa senza impartire ordini o dettare regole, ma avanzando delle proposte da “contrattare” con la persona per giungere alla proposta di una soluzione accettabile da entrambe le parti.
Un importante strumento di lavoro è il diario alimentare, che aiuta a mettere in relazione i comportamenti alimentari alle emozioni che li scatenano e che ne conseguono.
Nelle sedi in cui opero, mi avvalgo della collaborazione di specialisti dei disturbi del comportamento alimentare.
A Pesaro, presso il Centro Medico Vittoria, è attiva la collaborazione con la Dott.ssa Lorena Mangoni, psicologa e psicoterapeuta, che ha collaborato alla redazione di questo articolo.